Tommaso Fruci, la maratona non ha età: a quasi 50 anni conquista il primo posto di categoria
Ci sono risultati che si misurano con il cronometro e altri che raccontano qualcosa di più profondo: la capacità di credere nei propri mezzi, di affrontare la fatica e di continuare a migliorarsi, anche quando il tempo passa e gli obiettivi diventano sempre più impegnativi.
Tommaso Fruci è un militare di carriera di stanza a Padova, e domenica scorsa ha conquistato alla Venice Marathon il primo posto nella categoria M50, fermando il cronometro a 2 ore, 47 minuti e 23 secondi.
Un tempo di assoluto rilievo, che premia un percorso costruito negli anni con impegno e perseveranza. Il prossimo 7 novembre Fruci compirà cinquant’anni, ma la sua voglia di correre e di mettersi sempre alla prova non sembra conoscere rallentamenti. Anzi, proprio i risultati ottenuti rappresentano uno stimolo a proseguire, con la consapevolezza che dietro ogni traguardo ci sono sacrifici, allenamenti e una buona dose di determinazione.
Per gli amici è semplicemente «Tommy», una persona curiosa, dinamica e poco incline a restare ferma. La corsa, per lui, non è soltanto una disciplina sportiva da praticare nel tempo libero, ma una componente fondamentale della propria quotidianità. Un’abitudine diventata passione, poi una vera e propria filosofia di vita, capace di accompagnarlo tanto nell’attività sportiva quanto nel suo percorso professionale e personale.
Eppure, come spesso accade nelle storie degli sportivi che riescono a raggiungere risultati importanti, tutto è cominciato in maniera relativamente semplice. Prima della corsa c’era il calcio, il primo amore sportivo, che gli ha trasmesso il gusto del movimento e della competizione. Poi, nel 2016, è arrivato l’incontro con la corsa competitiva. Da quel momento, la strada è diventata il suo terreno di sfida preferito.
Dalle prime gare alla passione per la maratona
«È così da quando giocavo a calcio, il mio primo sport. Nel 2016 mi sono avvicinato alle gare di atletica e non ho più abbandonato la corsa. Ho scoperto con gradualità il mondo gare competitive, imparando a conoscere le mie potenzialità e a confrontarmi con distanze sempre più impegnative. La maratona, con i suoi 42 chilometri e 195 metri, è diventata così la mia sfida più affascinante, quella che richiede non soltanto preparazione fisica, ma anche capacità di gestire le proprie energie. Perché correre una maratona significa affrontare un percorso nel quale il risultato finale dipende da tanti fattori. Ci sono il ritmo, la resistenza, la gestione dello sforzo e la capacità di reagire quando il corpo comincia a presentare il conto. Il primo posto nella categoria M50 non è soltanto una soddisfazione personale, ma anche la conferma di un percorso di crescita che mi ha permesso di raggiungere un obiettivo che, fino a qualche anno fa, appariva lontano.
Come ha affrontato la maratona di Venezia?
«L’ho affrontata con la solita concentrazione. Verso il 33° chilometro ho avvertito qualche crampo, rallentando un po’ la mia andatura, ma cercando sempre di non spezzare il ritmo della gara, perché altrimenti l’avrei pagata cara. Una difficoltà che avrebbe potuto compromettere il risultato, ma che ho gestito cercando di mantenere il controllo della gara. In una maratona, infatti, sapere quando rallentare e come distribuire le energie può essere importante quanto la velocità. Forzare nel momento sbagliato, avrei rischiato di trasformare una difficoltà temporanea in un problema ben più serio. Sono contento del primo piazzamento di categoria, un obiettivo inimmaginabile fino a pochi anni fa. Il merito è della mia costanza, della perseveranza e del mio equilibrio mentale, che mi sostiene sempre in ogni singola gara».
Ma come si riesce a ottenere un risultato del genere a quasi cinquant’anni?
La mia ricetta si fonda su pochi elementi, ma essenziali: allenarsi con regolarità, mantenere viva la motivazione e non perdere mai il piacere di correre. Credo che in tutti gli sportivi di endurance ci sia una fiammella che arde continuamente e che a ogni allenamento si ravviva, mentre il giorno della competizione diventa un incendio. Quando corro, sento che sto facendo quello che mi piace. L’allenamento diventa sempre un’occasione per migliorarsi, per misurare i propri limiti e per ritrovare un equilibrio che va oltre la dimensione strettamente sportiva. Mi alleno da autodidatta, senza un coach personale e senza affidarsi a tabelle particolari. Non ho mai fatto ricorso a specifici allenamenti mentali e, almeno finora, ho trovato le motivazioni necessarie dentro di me e nelle persone che mi circondano. E il messaggio finale è forse proprio questo: non occorre essere professionisti per vivere lo sport con serietà, né bisogna essere giovanissimi per inseguire obiettivi ambiziosi. Occorrono passione, impegno e la voglia di ripartire ogni volta. Perché per me, correre non significa soltanto arrivare al traguardo. Significa soprattutto continuare a trovare, chilometro dopo chilometro, una ragione per mettersi in cammino.
