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A 20 anni dalla morte del poeta albignaseghese Primo De Paoli

Il 21 febbraio 2006 è mancato un albignaseghese doc che ha saputo raccontare, nelle sue poesie in dialetto ed in italiano, le abitudini e la quotidianità del nostro territorio.
Stiamo parlando di Primo De Paoli, classe 1919, un uomo semplice ma allo stesso tempo ricco di cultura, mancato all’età di 86 anni.
Abbiamo avuto il piacere di incontrare Giuseppe Zamarin, ex professore di Lettere – oggi in pensione – del Liceo Scientifico Ippolito Nievo di Padova, ex Sindaco di Albignasego – nei primi anni ’90 – nonché curatore di due volumi di poesie di Primo de Paoli.

Giuseppe Zamarin ha conosciuto personalmente Primo De Paoli e sicuramente ci può raccontare qualcosa di lui e della sua vita.

Quando ripenso a Primo, mi viene subito in mente la realtà della campagna e la vita d’un uomo condotta in una casa assai comune ed a contatto con la sobrietà e l’austerità di quegli anni difficili per tutta l’Italia.
Nato a Padova il 27 settembre 1919 e primogenito gemello, fu allevato dai nonni che conducevano una masseria a Salboro: non ci poteva essere luogo migliore per un ragazzo vivace e amante della libertà, dell’aria aperta, dei giochi, curioso e lieto di ascoltare dagli zii e dai nonni le tante “storie” del passato.

Ogni mattina il giovane Primo raggiungeva a piedi la scuola, nel Comune di Albignasego, dove qualche anno dopo si trasferì con la famiglia.
Avrebbe anche voluto proseguire negli studi, ma le possibilità economiche del duro periodo storico glielo impedirono.
Dovette perciò accontentarsi adeguandosi a svolgere la sua parte attiva nel lavoro dei campi, “luogo” che filtrò tutte le sue esperienze di vita, in famiglia, con gli amici, secondo un ritmo scandito dalle feste, a cominciare dalla domenica per proseguire con i tempi forti della Settimana Santa, della mietitura, della vendemmia, delle sagre di San Martino e della Madonna del Rosario, del Natale e del capodanno.

Si unì in matrimonio con la moglie Pierina nel 1946 ed ebbe tre figli.
Svolse poi fino alla pensione il lavoro da centralinista presso l’impresa edile Ferraro che gli permise di coltivare anche la sua vena di “cantore popolare”. Frequentò per tre anni “La Varia”, una Compagnia padovana di Ruzantini e ne fu anche presentatore.
Ebbe modo, allora, di cimentarsi anche personalmente col dialetto pavano, il dialetto rustico padovano, che filtrerà poi  in gran parte della sua poesia, passione che iniziò a coltivare sistematicamente dagli anni Cinquanta per proseguire fino alla sua scomparsa.

Primo De Paoli si è sempre sentito un albignaseghese doc. E non è difficile capirne il perché.

Primo si è sempre definito un “cittadino” di Albignasego: uno che conosceva, amava, si interessava alla sua terra e a quanti vi abitavano. Lui stesso, qualche anno prima di lasciarci, affermava: “Io gustavo la vita, qualunque fosse il tempo o la vicenda della giornata; componendo la poesia riuscivo a ricavarne il dolce anche dall’amaro”.
Tra le varie poesie raccolte è facile riscontrare le rapide trasformazioni della campagna e della sua vita, oltre al variegato mondo dei sentimenti che si agitavano dentro di lui, portato alla vita partecipata, al contatto con la gente, all’amicizia più aperta e schietta.
Sono ben raccontati anche gli anni oscuri e tristi del Ventennio, quelli pieni di attese e di voglia di fare della ricostruzione e infine quelli del raggiunto benessere e del “progresso” diffuso pure in campagna.

De Paoli ha incarnato perfettamente la tradizione del dialetto veneto in poesia

L’opera di Primo De Paoli si colloca a buon diritto nell’alveo, mai disseccato, della poesia dialettale, che in questi ultimi anni sta conoscendo, anzi, una significativa ripresa, specialmente nella nostra Regione.


Il poeta ha scritto molto, anche se non sempre con la stessa intensità, solitamente in dialetto, ma offrendo prove anche in italiano, presenti nell’Appendice della raccolta: in esse traspare la particolare finezza di sentimenti nei confronti dei famigliari: la moglie, i figli, i nipoti. La sua poesia resta pur sempre la “poesia di casa”.

Ha avuto il piacere di curare “Oltre la memoria”. Come si è trovato di fronte ai testi del poeta?

Sono della libertà estrema che l’Autore mi ha concesso, consegnandomi il fascicolo dei suoi testi: “Professore, faccia lei; scelga le poesie da inserire e le disponga come meglio crede!”
Erano circa 200 fogli, scritti a macchina da lui; alcuni datati, la maggioranza  privi di qualunque  indicazione compositiva, alcuni anche di titolo. Le confesso che per me è stata un’esperienza unica: orientarmi su una produzione così vasta ed estesa temporalmente è stato un impegno e soprattutto una responsabilità non indifferente: dovevo ad ogni costo essere fedele alla parola dell’Autore, mentre cercavo di interpretarne la storia nel suo sviluppo.
Leggendo e rileggendo i testi, facendo tesoro pure delle conversazioni sempre ricche e simpatiche con lui prima di mettermi al lavoro, non ho trovato difficoltà a cogliere un “fil rouge”, che univa la maggioranza dei testi.

E quale sarebbe questo “filo conduttore”?

Potrei indicarlo con la sintetica espressione “storia di un’anima e di un’esistenza” un documento d’un cammino compiuto su questa, che per lui resta “come una madre”, la terra. Tutto abbiamo ricevuto da lei e spesso nei suoi confronti ci mostriamo anche troppo ingrati.
Ho cercato di recuperare la sottile traccia di una biografia, che vede il poeta sempre presente in prima persona, anche quando sembra soffermarsi su considerazioni generali o sostare ammirato sui contorni di un quadro campestre o riportare la gnomica battuta di un evento o di un comportamento.

Si può parlare di un “racconto autobiografico”, scandito in momenti, modulati su altrettanti “centri di interesse” della sua esistenza.
Sull’onda della memoria si ritorna così all’infanzia e alla giovinezza, nella casa patriarcale, a scuola della vita nella realtà della famiglia a contatto con figure significative tra le mura domestiche.


Al riguardo, le due Sezioni sono particolarmente interessanti ed eloquenti, come ben indicano i titoli: Desgropando i ricordi’Torno ’l fogolaro.
Nel contesto trova posto anche la fede religiosa, che illumina il quotidiano, conferendogli senso e significato.
Le altre quattro Sezioni completano la visione del poeta, che ha modo di “uscire” dall’orizzonte domestico e farsi interprete, saggio e sapido, della società e della storia.

Apprezzato è il dialetto utilizzato da De Paoli. Per la fonetica e la grafia ci sono state difficoltà tecniche?

De Paoli si esprime nella parlata della zona periferica ed immediatamente a sud di Padova, che usa termini e sfumature di significato a volte diversi da altre zone della stessa provincia padovana. Per quanto attiene alla fonetica, il dialetto della zona contiene dei suoi e delle caratteristiche che nella veste grafica si devono poi rappresentare con segni particolari, per non disperdere la genuinità del verso poetico.
Nella raccolta poetica di “Oltre la memoria” ed in accordo con l’autore, si è proceduto lungo una via mediana, che ha cercato di rispondere alle indicazioni del Dizionario etimologico veneto italiano per quanto riguarda i termini e al Manuale pubblicato a cura della Giunta regionale del Veneto, per quanto riguarda la grafia stessa.

La ringrazio per la disponibilità a far conoscere ai lettori di Albignasego poeta Primo De Paoli, loro conterraneo, del quale forse alcuni ignoravano l’esistenza.

Grazie a lei per l’opportunità

 

POESIA DI ALBIGNASEGO (Tratte dalla raccolta “Oltre la Memoria”)

 

Bignàsego co ‘e braghe taconà (1983)

Poche case assè veciote,

incornizà de la miseria,

strade a buse, tute rote,

tanta fame, e cativeria.

 

Jero boca assè sgadà,

‘ndavo scola co la sacheta,

do o tre libri funfignà

e ‘na gran fame maedeta.

 

Me ricordo ‘l treno moro,

eò ciamàvimo “la maseneta”,

el supiava come on toro

se ‘l catava ‘na buseta.

 

Quando po’ se ‘ndava esame,

el Vicario me spetava,

el servaca de insegarme

e ogni tanto ‘l scopeotava.

 

La domènega messa prima,

po’ dotrina, e anca funsion,

me faseva mal de schina

forsa de stare in zenocion.

 

‘Na palanca ne la scarsèa

co la mosca proprio insima,

o ben fava o carmèa

‘ndàvimo tor da la Brischijina.

 

Se contentàvimo de vinti schei

So ‘na stimana ‘na volta sola,

e via de corsa da Tonèi

a conprarse la tiramola.

 

Pascoa! Festa de rispeto:

dasendome on ovo incolorìo;

anca ‘e gaine fasèa par dispeto,

eò fasèa pìcoeo e anca patìo.

 

Omeni tuti co ‘l so tabaro,

fèmene co siae e fassoetòn,

noaltri co sòcoe, del socoearo

marcàe de orìgine: Faraòn.

 

Zanbèi dotore del paese,

co cavàlo e barussina

vìsite urgenti: dopo on mese,

e se moriva co la scarlatina.

 

Se jera poareti in tal maniera

che i fighi me parèa caviàe;

poenta senpre, matina e sera.

Se stava ben, co’ se stava mae.

 

Primo De Paoli

 

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Il PENSIERO DEL FIGLIO ILEANO

Siamo entrati in contatto anche con il figlio di Primo, Ileano, che molto liberamente ci ha raccontato diversi aneddoti di vita quotidiana del poeta.

“I ricordi tornano sempre a mente, soprattutto quando ripenso a mio padre ed alla sua vita insieme a mia madre Pierina, mancata nel 2013.
Ricordo molto bene le lunghe serate ad aspettare il rientro a casa di mio padre e di mia madre – che lavorava a Padova -, momenti che si dilungavano fino all’arrivo del buio totale. Questo in effetti stava a significare, ma forse ero ancora troppo piccolo per capirlo da solo, che i mille sacrifici di vita dei miei genitori erano, in un certo senso, una grande croce per entrambi.

Nonostante tutto Primo è sempre stata una persona molto allegra e questo suo atteggiamento, probabilmente scacciava via da se’ i cattivi pensieri ed i ricordi di una vita dura e ricca di insidie. Mio papà ha sempre affrontato la vita in maniera coraggiosa e senza paura, questo ci tengo a dirlo ed a ripeterlo.
Primo aveva poi un fratello gemello che viveva a Torino ed i due si rincongiungevano nel periodo estivo a Lion; mio padre, sempre molto burlone e pronto a far ridere amici, vicini e concittadini, in occasione del ritorno a casa del fratello, era solito vestirsi in maniera buffa, quasi da turista, e comparire per le strade del paese facendo credere alla gente di essere il fratello.

I compaesani lo conoscevano bene, come una persona con la quale poter non solo scambiare quattro chiacchiere ma anche poter ascoltare una bella ed esilarante barzelletta: molti infatti, ogni mattina, facevano tappa e sostavano davanti all’edicola attendendo l’arrivo di Primo, con la costante speranza di poter ricavare il racconto di una nuova barzelletta.
E per concludere vi racconto un’ultimo fatto. Il Comune di Albignasego organizzava le vacanze estive al mare per la popolazione che voleva aderirne e mio padre, immancabilmente, era presente. Un anno in particolare, ci giunse voce, da parte di un organizzatore di quanto la sua presenza e la sua simpatia nel raccontare aneddoti, poesie e barlezzette fosse richiesta non solo dal gruppetto di concittadini, ma anche dai numerosi gruppi di altri paesi che erano presenti nella località marina”.

 

Matteo Venturini

Il Veneto
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