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ESCLUSIVA: Interessante intervista al dott. Daniele Zotti

Ho avuto il piacere di incontrare il dott. Daniele Zotti, albignaseghese, medico, specialista in discipline chirurgiche ed in Medicina dello Sport.
Provieniente da una famiglia con padre istriano e madre napoletana ha avuto un iter educativo eclettico che univa la robustezza e la tenacia nordica di quella gente dura ed aspra alla passionalità ed alla delicatezza dei sentimenti meridionali.

Buongiorno dottore, è un piacere poterla introdurre all’interno delle nostre pagine. Ci racconti come si è affacciato al mondo medico e quali scelte ha fatto all’inizio della sua carriera

La scelta del ramo medico fece seguito ad una serie curiosa di circostanze, non ultima la frequentazione – ai tempi della 5° liceo – del reparto di Clinica Medica Universitaria, seguii un amico panamense laureato che mi fece entrare di soppiatto al cospetto del grande Prof. Patrassi.

Mi avviai verso le specialità chirurgiche e, dopo la laurea, frequentai la Clinica Chirurgica dell’Università patavina dove mi ritagliai un preciso iter di ricerca, studio e sala operatoria nel campo delle patologie delle ghiandole tiroidi, paratiroidi e del surrene.

Fu un periodo breve ma intensissimo, coronato da numerose pubblicazioni e monografie che mi fecero conoscere a livello locale ed italiano, culminato con uno (se non il primo in Italia) trapianto di ghiandole paratiroidi eseguito su un frate missionario comboniano che ebbi la fortuna di seguire da vicino negli anni successivi.

E poi come è proseguita la carriera?

Accettai successivamente di concorrere al posto di Primario del Pronto Soccorso degli ospedali di Este e Montagnana e, una vota nominato, portai con me lo spirito del ricercatore, producendo una notevole serie di pubblicazioni, convegni, attività che toccavano numerosi argomenti medici – come avevo appreso dal grande Primario che mi aveva preceduto – il Dr. F. Blotta n.d.r.-. Con l’aiuto di una formidabile équipe medica ed infermieristica di elevato valore strutturai l’emergenza sul territorio ai tempi gloriosi dell’inizio del servizio 1.1.8. e avviai tra i 4 presidi ospedalieri un corso ACLS-ATLS (Corsi avanzati di rianimazione cardiaca e del trauma) che accoglieva discenti da tutta Italia. Fui tra i primi sei che in Italia iniziarono ad impostare la computerizzazione dei Pronto Soccorso ed assieme ai colleghi/amici di Bologna, Brindisi, Lodi, Perugia e Sassari fondai le basi del programma informatico ed una Società scientifica.

E negli ultimi anni di cosa si è specificatamente occupato?

Gli ultimi anni della carriera mi videro quale Responsabile della Medicina dello Sport sempre nella medesima Azienda Sanitaria ed anche in questa veste mi produssi in una serie di attività scientifiche e sociali rivolte ai primi soccorsi nei campi sportivi (Commissione regionale/nazionale per la nuova legge sulle piscine), agli anziani delle RSA, al tema della fuga dallo sport nei giovani, ai portatori di disabilità, alla lotta alla sedentarietà (Commissione regionale), all’inserimento nei protocolli del Sistema di Qualità applicato alla sanità.

Interessante il tema sociale, noi de Il Giornale di Albignasego ci teniamo sempre a sottolinerarlo e, personalmente, lo ritengo sempre un argomento di altissimo interesse…

L’idea di applicare le nozioni di medicina dello sport ai problemi sociali non era certamente nuova, ma la applicai sul territorio in maniera estesa. L’attività verso gli anziani delle RSA era incentrata sulla assoluta necessità di rendere più autonomi questi soggetti così fragili, ricorrendo ad esercizi fisici ed alla rieducazione al movimento che permettesse loro di riuscire ad adoperare – ad esempio – le posate senza ricorrere all’aiuto degli assistenti. Grazie alla stretta collaborazione degli ottimi fisioterapisti delle RSA vennero approntate una serie di gestualità articolari (misurate rigorosamente con un goniometro) che venivano controllate a distanza di mesi per valutarne la efficacia. Le “gare di velocità” erano studiate su percorsi semplicissimi a tipo gimkana o riproponendo l’antico programma televisivo Il Musichiere con musica e campanella. Il convegno organizzato per presentare gli ottimi risultati ottenuti fu un successo che vide una partecipazione elevatissima di specialisti ed addetti ai lavori.

E per quanto riguarda la disabilità?   Mi diceva che ha diversi aneddoti interessanti

Una novità nel mio percorso medico fu l’approccio con il mondo della disabilità che volle affrontare tramite la stretta collaborazione con la équipe di Neuropsichiatria infantile dell’Azienda Sanitaria: tentai di formare una squadra mista di pallanuoto che avrebbe dovuto competere con altre formazioni simili, ma una serie imprevista di infortuni degli atleti ne impedì il completamento; rimase tuttavia l’impegno con i gestori delle piscine di permettere l’accesso quasi gratuito dei disabili in acqua con un istruttore dedicato. Divertente ma amaro fu il tentativo di inserire un disabile motorio nelle gare di Go-Kart: quel ragazzino era dotato di un talento naturale su una macchinetta costruita dal padre; si rese indispensabile fare un test e, soprattutto, trovare una pista che lo facesse correre in maniera gratuita. Il viaggio fino al confine con la Slovenia fu a dir poco avventuroso, sotto una pioggia implacabile, ma con una determinazione che destò l’ammirazione dei corridori che erano sul luogo. Purtroppo non fu possibile aiutare in maniera fattiva il ragazzo per la indisponibilità di campioni della velocità che tentò più volte ed inutilmente di contattare.

L’abbandono dell’attività sportiva è un tema di attualità che non tramonterà mai…

Un altro impegno fu una ricerca effettuata con la proficua collaborazione del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova (Prof. N. De Carlo e Dr.ssa A. Falco – Laboratorio Qualità&Marketing e Risorse Umane) sulle motivazioni che inducono i giovani all’abbandono dell’attività sportiva. Il tutto iniziò con l’impostazione del significato da attribuire allo sport ed ai fattori che influiscono sulla continuità ovvero sull’abbandono della pratica. Venne impostato un questionario distribuito a molte scuole superiori con un totale di oltre 1.600 schede elaborate successivamente dagli psicologi. I risultati furono presentati in una serie di convegni sia a livello locale che esportati dal Prof. De Carlo in sede europea. Il quadro che risultava non lasciava dubbi: oltre il 50% degli intervistati abbandonava lo sport. L’analisi dei dati dimostrava un quadro positivo per quanto riguardava lo sport come attività di divertimento, di salute, di svago ed opportunità di stare in gruppo; per contro lo sport veniva vissuto come un impegno e fatica dai ragazzi più anziani. Importante era notare come la scelta veniva attribuita ai genitori ed agli amici (“permette di crescere come persona” – “consente di stare con i coetanei”). Una nota negativa era la percezione dell’insufficienza delle ore dedicate a scuola e delle strutture sia scolastiche che sul territorio; seguita dalle motivazioni che avevano portato all’abbandono: “portava via troppo tempo allo studio” – “sono nati altri interessi” – “gli orari degli impianti erano scomodi” – “non mi divertivo più”…. ed erano le ragazze che formavano la quota più elevata.

Il ritiro dalla sanità pubblica non fu molto traumatico anche perché aveva da tempo sospeso ogni attività clinica e solo raramente si rendeva disponibile per brevi sostituzioni di colleghi e per conferenze a scopo educativo/informativo.

Ed ora passiamo ad un argomento molto interessante: l’amore per l’arte, la musica e l’immagine

Fin dai tempi giovanili ho dimostrato una spiccata tendenza all’amore del mondo dell’arte e dell’immagine. Durante il corso di laurea mi sono inserito in un paio di rock band, suonando alle tastiere da perfetto autodidatta, partecipando ad eventi musicali anche come supporter di complessi famosi – New Dada e Rokes n.d.r. – e a festival locali. Nello stesso periodo sono stato chiamato a recitare in una piccola compagnia teatrale padovana con un paio di rappresentazioni pirandelliane e di Vittorio Calvino; successivamente, sotto la guida del maestro Xicato, imparavo i primi rudimenti di dizione con immediata esclusione dai brani in dialetto (“me dispiase  fìo ma el dialèto no xe par ti”) ed inserimento in opere in lingua italiana (un atto unico di Ibsen). Una decisione importante la presi allorquando venni selezionato con altri attori per un provino presso il teatro universitario di Brescia, al quale non partecipai, preferendo la prosecuzione degli studi di medicina.

Noto anche una recente Laurea in Archeologia

A completamento del mio percorso nell’arte ripresi con passione l’antico amore per l’antichità ed i suoi monumenti. Il tutto maturò con l’iscrizione e la successiva laurea in Archeologia presso l’università di Padova nel 2015, corredata da campagne di scavo in Veneto ed in Sardegna al seguito dei proff.ri De Guio e Bonetto. La grande scuola padovana di archeologia permette da sempre una profonda ed estesa preparazione degli allievi ed i riconoscimenti italiani ed esteri sono un fiore all’occhiello dei suoi docenti. Purtroppo il sopravvenire di un paio di malattia invalidanti ha smorzato sul nascere la possibilità di proseguire l’attività sul campo, lasciando solamente un continuo aggiornamento bibliografico che oggi è centrato sulla civiltà nuragica e sulle connessioni tra questo popolo, i fenici, i greci, gli etruschi.

Mi diceva poi che la Fotografia è una passione che porta avanti da diverso tempo

Nel 1969 mio padre mi regalò una piccola macchina fotografica Kodak, con la quale riprendevo di tutto e di più assieme ad un piccolo gruppo di amici/appassionati: il passaggio al sistema reflex fu una evoluzione naturale, alla ricerca di soggetti, ambienti, panorami ma soprattutto nel continuo tentativo di inserire le immagini in un contesto tematico e metodologico che andò maturando negli anni.

A quel tempo era essenziale procedere di persona allo sviluppo dei negativi in bianco e nero ed alla successiva stampa su carta baritata, per cui, assieme al fratello minore, aveva attrezzato una completa camera oscura. V’è da dire che, malgrado l’assidua frequentazione di un grande amico – stampatore eccezionale – i suoi insegnamenti non produssero che miserevoli risultati ed il ricorso a laboratori di buon livello si rese indispensabile. Purtroppo l’attività lavorativa ospedaliera ed universitaria frenetiche e l’impegno nella formazione della famiglia lo allontanarono dal mondo delle immagini monocromatiche. Rimanevano le foto dei viaggi, i monumenti, i panorami, la fotografia dei fiori e la passione per l’ornitologia che mi portava a frequentare le paludi del Veneto, dell’Emilia e della Toscana.

La ripresa dello sviluppo dei negativi in bianco e nero avvenne pochi anni dopo il ritiro dall’attività lavorativa e l’acquisto di un corredo formato da macchine Leica, Nikon ed Hasselblad. Naturalmente nel mio piccolo appartamento non vi era spazio per una camera oscura degna di questo nome, per cui gli sviluppi avvenivano nel bagnetto di casa tra la lavatrice, gli stipetti delle scarpe e dei detersivi. Si andava anche perfezionando la selezione dei soggetti da ritrarre, il che permise un inquadramento tematico (ad esempio la serie dei mestieri) che portarono a produrre alcuni fotolibri: “Gli Zotti in Istria” (che diventerà un filmato per la scuola del nipote in Inghilterra n.d.r.), “Il laboratorio di restauro di Luigi e Marta”, Il culto di San Francesco da Paola a Milazzo” – “Un’anima nel vetro” (dedicato all’amico vetraio scomparso n.d.r.), “L’antico frantoio di Capo Milazzo” (edito con l’aiuto di una società culturale del luogo n.d.r.), “Foglie, fiori… e versi”. Questa spinta alla pubblicazione nasceva dall’esigenza di voler consolidare un’esperienza maturata negli anni e di lasciare qualcosa di consistente ad amici e, soprattutto ai nipotini, come una memoria da preservare negli anni futuri.

Quindi sicuramente ha avuto modo di mostrare questa forma d’arte a più di qualcuno

Nel 2017, con l’aiuto di un caro amico – prematuramente scomparso – allestii a Padova una mostra fotografica retrospettiva dove raccolsi una serie di immagini suddivise per temi: i Mestieri – Fotografie di strada – Ritratti – Le sabbie.

Un’altra idea fu quella di associare le fotografie ad alcuni brani di versi scritti fin dal lontano passato. In effetti questo autore si era sempre classificato come “poeta per caso” e si era divertito a tentare la difficile via della scrittura in versi sciolti, considerando le poesie come una proiezione dei sentimenti in risposta agli eventi personali e del mondo circostante. Il risultato fu la stampa di tre libretti, dei quali il primo era addirittura stato scritto d’impulso in età giovanissima, con tutti i limiti legati all’inesperienza  ed alla ingenuità narrativa che la focosità intellettuale del tempo dominava.

La ringrazio per il tempo che ci ha dedicato, più avanti avremo modo per approfondire in maniera più dettagliata gli aspetti artistici che la contraddistinguono

La ringrazio per l’opportunità

 

Matteo Venturini

Il Veneto
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