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ALBIGNASEGO NELLA STORIA: Cereali e uva, cultura di successo dei primi del Novecento

Come abbiamo già accennato Albignasego in un passato non troppo lontano non se l’è passata proprio bene a livello economico-agrario alternando periodi molto negativi ad altri più incoraggianti.
E non è neppure difficile reperire fonti storiche relative al periodo “buono” dell’economia della zona; economia che si basava quasi esclusivamente sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame.

Nel 1908 la Camera di Commercio ed Arti di Padova ricevette dal Sindaco di Albignasego Natale Voltan una relazione sulla situazione economica locale: “in questo anno la produzione agraria in generale di questo Comune è stata soddisfacente, solo in parte del territorio, colpito ripetutamente dalla grandine, venne seriamente danneggiato il raccolto del frumento e dell’uva”.

In un altro passo il sindaco proseguiva indicando che “la produzione dei vari raccolti è in questo Comune superiore ai bisogni locali” ed ancora “l’agricoltura in questo Comune ha preso uno sviluppo assai lusinghiero e ciò grazie anche all’interessamento spiegato da questa benemerita Cassa Rurale la quale acquista direttamente grosse partite di materie agrarie e le distribuisce poi ai soci a prezzi limitati. La stessa Cassa Rurale, sorta qui da circa sette anni ed amministrata in modo veramente encomiabile si adopera nell’assistenza degli agricoltori del Comune”, e prosegue: “ma fornisce ai medesimi il capitale occorente al disbrigo degli affari inerenti alle loro aziende e più specialmente per l’acquisto e l’allevamento del bestiame che assicura poi presso una società locale sorta per sua iniziativa..”.

Altre dichiarazioni del sindaco sono contenute all’interno del testo dello scrittore e storico italiano Angelo Tasca “Nascita ed avvento del fascismo” nel quale il primo cittadino confermava che le coltivazioni maggiormente impiegate furono proprio la vite ed i cereali: “il territorio di questo Comune costituito da 2.103 ettari è tutto coltivato a viti”.
Nulla di così strano in fin dei conti, in quanto le campagne padovane erano solite alla produzione di vino – o tutt’al più di uva – e di frumento o mais; colture che garantivano un discreto incremento economico da parte dei contadini oltre che un sostentamento di tutto rispetto.

Proprio l’introduzione del mais nelle culture – indicativamente a partire dal Cinquecento – e con un costante inserimento di altri cereali (miglio e avena n.d.r.) ridusse notevolmente la produzione di foraggio e, di conseguenza, vennero più che dimezzati gli allevamenti di bestiame, in modo particolare di bovino.
Quella che un tempo, anche se altalenante, era una attività contadina con quale variazione vegetale-animale, stava diventando una produzione quasi esclusivamente di cereali (intorno agli anni Venti dello scorso secolo n.d.r.) che mise in pericolo in regime alimentare dei coltivatori diretti sempre più colpiti dalla pellagra.

Quindi, economia in forte crescita a scapito della salute dei contadini che, come molte altre situazioni qui in Veneto, non riuscivano ad applicare la tecnica agraria del tarelliano per le rotazioni.
L’unica eccezione al mondo contadino di interesse storico del territorio è la produzione industriale di laterizi… ma magari ne parleremo più avanti.

 

Albano Faggin

Il Veneto
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