The Road to Jericho: Il coraggio della pace nel viaggio umano di Amos Gitai
Il conflitto israelo-palestinese non è più soltanto una questione geopolitica confinata ai libri di storia o alle cronache: è un dolore strisciante, entrato a far parte del nostro vocabolario quotidiano. In questo scenario frammentato e privo di punti di riferimento, Amos Gitai torna al Lido di Venezia dimostrando, ancora una volta, una rara e titanica statura morale. Con The Road to Jericho, il regista israeliano orchestra la sua poetica più pura, trasformando il cinema nell’unico territorio d’asilo ancora capace di accogliere l’altro.
Il viaggio come architettura dell’anima
In The Road to Jericho, il racconto si sviluppa come un cammino necessario. Attraverso un sapiente uso del materiale d’archivio tra cui spicca un prezioso e intimo dialogo con il padre, in cui riaffiora la figura di Siddharta e l’inevitabilità della partenza, l’opera si spoglia della retorica documentaria per farsi traversata esistenziale. A catturare lo sguardo e il cuore fin dai primi istanti è la potenza dei titoli di apertura: un susseguirsi di sequenze fotografiche che prendono progressivamente movimento, animate dai versi di una poesia struggente che risuona quasi come una preghiera laica. Questa forte impronta visiva accompagna lo spettatore anche nei momenti di transizione, facendo avvertire la dimensione del passaggio e del viaggio persino nei trasferimenti da un luogo all’altro. La strada del titolo non è dunque una semplice direttrice geografica, ma la traiettoria verso una meta condivisa: il riconoscimento di una comune appartenenza alla specie umana. Nelle immagini vibrano la fame di vita, il senso di comunità e una dignità ostinata, costantemente attraversate da una sottile e profonda malinconia.
A tu per tu con il regista
Nel confronto con il regista a margine della proiezione, emerge la medesima statura che contraddistingue l’opera. Quando gli ho chiesto come si possa abitare quella terra oggi, se la paura non finisca per divorare ogni cosa, Gitai risponde con una posatezza che disarma. I suoi occhi, capaci di trapassare l’interlocutore con un ascolto denso e profondo, restituiscono una calma quasi antica. Avendo attraversato decenni di storia mediorientale, Gitai osserva come il presente tocchi un punto di degrado mai visto prima; eppure, rifiuta la paralisi della paura, preferendo parlare di “timori”, intesi come vigile e consapevole responsabilità verso il futuro.
Per me era la seconda volta che mi trovavo a confrontarmi con lui: la prima fu nel 2018, sempre qui a Venezia. Ritrovarlo oggi conferma il ricordo di un autore in cui la parola umano trova la sua definizione più autentica, compiuta e luminosa.
Oltre la polarizzazione
Il cuore pulsante di The Road to Jericho risiede in un manifesto politico e poetico al contempo: la necessità imperativa della pace. In un’epoca ossessionata dalla narrazione binaria tra popoli giusti e popoli sbagliati, carnefici e vittime a fasi alterne, Gitai compie il gesto sovversivo di riportare al centro il dolore sordo di ogni singolo essere umano.
The Road to Jericho ci ricorda che la vera rivoluzione oggi non sta nel prendere le armi della parte avversa, ma nell’avere il coraggio di restare umani quando tutto intorno ci chiede di smettere di esserlo. Perché se la storia continua a erigere muri di macerie, il cinema di Gitai ci dimostra che l’unica strada percorribile è quella che scommette, fino all’ultimo respiro, sulla carne e sull’anima di chi ci cammina a fianco.
Messua Mazzetto
